Il Mortalitasi Frederick Riegel era lì, nel piccolo cimitero di Weissherz, utilizzato solo per i caduti nani, di Nevarra, e in rari casi elfi, ad osservare la piccola folla che si stava finendo di radunare per la funzione che aveva annunciato 3 giorni prima. Alcuni membri dell’Avanguardia erano lì organizzati a scopo di protezione della funzione, pattugliando l’esterno del cimitero per assicurare la sicurezza di tutti. Quando il brusio calò e sembrava che nessun altro fosse in procinto di arrivare, il mago cominciò a parlare. “Lungo è stato il cammino che abbiamo condiviso, spalla a spalla. Lontani dalle nostre case e dai nostri cari, abbiamo marciato, combattuto, sanguinato. Abbiamo riso, pianto, e vissuto momenti che rimarranno indelebili sulla nostra pelle e incisi nei nostri animi. Ora che vi guardo e mi guardo, fatico a riconoscere i volti di chi fummo all’inizio di questo viaggio, i sogni che ci hanno accompagnato, i primi fili posti sulla tela della nostra storia. Le nostre vite si sono intrecciate, creando un arazzo fatto di innumerevoli colori e sfumature. Più di una volta il sentiero è franato sotto i nostri piedi. Più di una volta abbiamo smarrito la via e perso la speranza, solo per scoprire che il compagno al nostro fianco custodiva quella fiamma anche per noi. Che la mano tesa davanti a noi ci mostrava il sentiero ritrovato. Che un compagno era sempre lì, pronto a sostenerci, nonostante le avversità. Molti sono caduti. Uomini, donne e giovani che hanno creduto in questa spedizione e in ciò che essa rappresenta. Fermiamoci un istante. Osserviamo i loro volti nella memoria, ricordiamo le loro risa, il calore dei loro abbracci, i litigi e le battaglie che abbiamo condiviso con loro. Per quanto i loro fili si siano spezzati, il loro ricordo è un dono che nessuno potrà portarci via. Esso ci permea, ci forgia, e rimarrà inciso dentro di noi per sempre. Non vi sarà Folle o nemico che potrà privarci di questi momenti, della nostra storia. Noi siamo testimoni della loro esistenza, come loro lo sono stati della nostra. Se siamo ancora qui, oggi, nonostante tutto ciò che abbiamo vissuto, è perché dentro di noi arde ancora quella fiamma. Alcuni di voi potrebbero credere che essa si sia spenta da tempo. Anch’io l’ho creduto. Ma, amici e compagni, posso dirvi con certezza che essa non si estingue mai. Anche nella più terribile delle tempeste, è lì, pronta ad ardere. La sua luce vive nelle tenebre più profonde. Vive negli occhi del compagno al nostro fianco, nel sorriso di un bambino, nel frastuono della battaglia. Ed è proprio questo che rende la speranza immortale: essa può essere condivisa.” Poco dopo, nelle mani del mortalitasi vi era, tenuta alzata, una candela, mentre moltissime altre erano state affidate a ognuno dei partecipanti, per ora spente. “La speranza è come questa fiamma. Flebile nel buio, esile nel vento, eppure, anche nella notte più cupa, arde ancora.” Quindi Frederick si avvicinò ad uno dei presenti, accendendo la sua candela con la propria e così iniziarono pian piano a fare tutti. “Come questa fiamma, anche la speranza può essere alimentata, condivisa. E insieme, risplendere più forte. Guardatevi intorno, le piccole fiamme che ci circondano divengono una ed insieme ad essa, ad accompagnarci lungo il cammino, portiamo con noi quei fili che si sono spezzati. La fiamma dei caduti diviene anche la nostra.” Poco distante, nel frattempo, la voce di Sive cominciava ad intonare una canzone sulla speranza. “Lunga è la notte E buio il sentier Osserva il ciel Perché presto L’alba verrà…” Da qualche parte, nello stesso momento, in una fortezza isolata fra le Montagne Gelide, qualcuno stava cantando la stessa canzone. |